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Il mondo accademico e quello delle imprese, le aziende del terzo settore, l’associazionismo e la società civile si sono dati nuovamente appuntamento (per il terzo anno consecutivo) al Festival dello Sviluppo Sostenibile.

Una lunga teoria di date e appuntamenti che taglierà il traguardo il prossimo 6 giugno. 

Al centro degli incontri, che si tengono in diverse città italiane, l’Agenda Onu 2030: un documento firmato nel 2015 da quasi duecento paesi (Italia compresa), impegnati a creare le condizioni, in un arco di tempo ragionevolmente ma anche necessariamente breve, perché la crescita e lo sviluppo siano compatibili con le risorse che il pianeta ha a disposizione e con le esigenze di tutte le fasce sociali. Un impegno dunque che guarda nella stessa direzione che i giovanissimi ispirati da Greta Thunberg stanno indicando ai governanti d’Europa e del mondo, con le loro manifestazioni studentesche

Sono 17 gli obiettivi di sviluppo sostenibile individuati dall’Agenda Onu e 169 i target. 

Tutti temi caldi, forse ancora non abbastanza sulle scrivanie dei rappresentanti istituzionali. L’attenzione, naturalmente anche delle giornate del Festival dello Sviluppo Sostenibile, si concentra sugli effetti negativi dei cambiamenti climatici, sulle disuguaglianze sociali, sempre crescenti tra nord e sud del mondo, sulla cooperazione e sulla parità di genere. 

A promuovere la manifestazione, che ha preso avvio lo scorso 21 maggio, presso l’Auditorium Parco della Musica, a Roma, l’ASVIS (Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile). Il suo portavoce Enrico Giovannini ha dichiarato che l’Europa non è ancora un continente sostenibile, con tassi di disoccupazione troppo alti, divari netti tra un paese membro e l’altro, la mancata tutela delle biodiversità e dell’ambiente in generale, e la piaga dell’accentramento del potere economico nelle mani di pochi. Fenomeno quest’ultimo che non riguarda soltanto il vecchio continente. Altrove infatti assume proporzioni ancora più allarmanti. 

Il recente risultato elettorale che ha visto crescere soprattutto in Germania, le forze politiche che hanno posto l’ambiente al centro del loro programma, è certamente un dato incoraggiante. Ma non è da considerarsi un risultato, soprattutto perché sono ancora troppi i paesi dell’Unione che, pur considerando prioritari i temi dell’Agenda 2030, non riescono ad integrarli nelle politiche attive. 

Investire nella formazione sulle nuove possibilità di imprenditoria responsabile potrebbe essere un primo passo verso una maggiore consapevolezza.