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Sostenibilità significa tante cose: gesti responsabili, scelte fatte con consapevolezza e tanta informazione, purché corretta e certificata. Elementi che contribuiscono a generare comportamenti virtuosi, rispetto all’ambiente e alla società. Attitudini che possano servire da modello, per tutti.

Come recitavano gli striscioni issati dagli studenti, durante le manifestazioni ambientaliste, capitanate da Greta Thunberg: there’s no planet B. Non abbiamo un pianeta di riserva. Ma si può, si deve provare a tamponare l’emorragia di risorse naturali, dovuta ad uno stile di vita sconsiderato. Quello adottato finora, che ha dato per scontato il futuro.

Si parte da piccolissimi gesti, come la riduzione del consumo domestico della plastica e da doveri che ormai dovrebbero essere consolidate abitudini: la raccolta differenziata e il riuso dei materiali che possono trovare una seconda vita.

Per quel che riguarda l’abbigliamento, per esempio, non occorre avere un guardaroba da superstar. Acquistare capi senza sapere bene quale sia la loro provenienza, senza prestare troppa attenzione al tipo di tessuto utilizzato, ai coloranti impiegati, sarebbe da evitare. Ricerche e inchieste giornalistiche, tra le quali una delle ultime di Report sulle pellicce, un’intera puntata della trasmissione Petrolio, ed altri lavori analoghi, hanno dimostrato quanta illegalità possa nascondersi dietro un bel capo d’abbigliamento pagato pochi euro. Anche se il prezzo non è purtroppo indicativo della qualità del prodotto, neanche quando è alto, né lo è l’eventuale griffe. Spesso un jeans o una giacca nascono, calpestando i diritti fondamentali dei lavoratori.

Orientarsi non è semplice: a breve, le blockchain, già utilizzate in diversi ambiti, potrebbero essere un valido aiuto per il consumatore, rispetto a tutto quello che mette nel carrello della spesa. La tecnologia, in questo caso, aiuterebbe a conoscere la storia di un formaggio, come di un paio di scarpe. Se si vuole risparmiare, meglio forse scegliere di acquistare meno capi, ma con la sicurezza che siano realizzati nel rispetto della legge, dell’ambiente e della salute di chi li dovrà indossare e di chi li ha cuciti. E poi cercare sempre nuove soluzioni e premiare chi le trova, significa avere a cuore il destino del pianeta e il futuro delle generazioni che verranno.

In ambito cosmetico, recentemente, un popolare colosso francese, in collaborazione con un’azienda che produce confezioni, ha creato il primo tubetto in carta bio-based.

Il packaging delle creme a base cellulosica è una novità non da poco. La plastica viene sostituita da un materiale simile alla carta, a base biologica, per l’appunto. Una scelta in senso green di un brand della cosmesi che ha milioni e milioni di clienti, in tutto il mondo. Questo nuovo imballaggio, certificato, verrà lanciato nel 2020. Non si sa ancora con certezza quali saranno i benefici per i consumatori e per l’ambiente, ma è certo che questo primo passo spianerà la strada ad altre aziende, che tenderanno a muoversi nella medesima direzione. Entrambi gli autori di questa innovazione avevano sottoscritto il “Nuovo impegno globale per una nuova economia della plastica”, voluto da Ellen MacArthur Foundation.