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Le applicazioni della tecnologia alla sanità, le nuove apparecchiature digitali impiegate nelle strutture ospedaliere stanno cambiando il volto della medicina; in pochi anni, grazie ai nuovi strumenti a disposizione di medici e ricercatori, sono stati raggiunti risultati significativi, non solo dal punto di vista delle terapie, che divengono sempre più mirate, ma anche nella diagnosi delle patologie.

Uno studio recente della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS e dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, campus di Roma dimostra che il trapianto del microbiota intestinale è efficace.

Il microbiota di un donatore sano trapiantato in una persona colpita da gravi infezioni, come quella da “Clostridium difficile”, fa crescere di più di un terzo la sopravvivenza del paziente e, rispetto alle terapie tradizionali, a base di antibiotici, riduce il rischio di complicanze gravi.

Negli ultimi anni i casi di infezione da Clostridium sono aumentati. Secondo recenti statistiche, si legge sul sito del Gemelli, ogni anno negli Stati Uniti muoiono circa 29 mila persone a causa di questa patologia. Il “Clostridium difficile” è un batterio presente nell’intestino umano, nel 30% delle persone. Quando esce dalla forma latente, attivando il suo potenziale, si manifesta l’infezione.

Lo studio condotto dal Gemelli e dall’Università Cattolica ha coinvolto 290 pazienti colpiti da questa patologia; 181 sono stati trattati con la terapia tradizionale, gli antibiotici, mentre 109 con il trapianto del microbiota. I tempi di degenza in ospedale di questi ultimi si è ridotto di circa 17 giorni rispetto al gruppo curato nella maniera tradizionale, ma il dato più importante riguarda il tasso di sopravvivenza, aumentato di un terzo rispetto a quello registrato nei pazienti che hanno assunto antibiotici.

Il risultato, senza precedenti, della ricerca è la dimostrazione che sia possibile riequilibrare, attraverso il trapianto, l’ambiente intestinale e ottenere una regolazione del metabolismo, un potenziamento del sistema immunitario.

Agli studi sul microbiota ha fatto riferimento, durante l’incontro con LWB Project, anche Simone Bianco, ricercatore IBM Almaden (leggi l’intervista QUI) e ospite del BeAlternatives-TEDxTaranto.

Microbiota è un termine forse poco usato, nel linguaggio comune. Si potrebbe sostituirlo, anche se impropriamente, con “flora intestinale”, espressione sicuramente più familiare ma meno corretta. In ogni caso, il microbiota non è che l’insieme dei microrganismi simbiontici che convivono con l’essere umano, senza arrecargli danni. Una sorta di cooperativa tra micro-esseri, in un rapporto di mutuo scambio con l’organismo umano.

In ciascuno di noi possono essere presenti fino a 10.000.000 di specie diverse di microrganismi, i più numerosi dei quali sono i batteri. Ciascun individuo ha il proprio patrimonio di batteri, il proprio microbiota. Una specie di esercito destinato a difenderci, che bisogna “nutrire”, perché si conservi sano. Si stima che il numero di geni del microbiota sia pari a 100 volte il numero dei geni del genoma umano.

Queste cifre sono il motivo per cui Simone Bianco, facendo riferimento all’argomento, ha definito gli esseri umani ospiti dei batteri e non il contrario. I probiotici, così diffusi nei supermercati, migliorano il microbiota umano, rafforzando le nostre difese immunitarie. C’è persino chi si è spinto ad ipotizzare che il trapianto di microbiota potrebbe funzionare come una formidabile macchina per fermare l’invecchiamento. Vedremo. Le premesse perché le conoscenze dell’uomo sul proprio organismo crescano ancora di più non mancano.