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Tik Tok, c’è Vine? No, Byte. Suoni familiari alle persone (stimate in milioni), sparse in tutto il mondo, che ogni giorno utilizzano le più svariate piattaforme social. Ne (app)aiono e scompaiono di nuove in continuazione, sotto la spinta delle pressioni economiche, quindi delle “preferenze” indirettamente espresse dagli utenti. Il ciclo di vita di queste app dipende da numerosi fattori, uno dei quali è il progresso della tecnologia, che corre più del tempo.

L’ultima nata, nella famiglia delle applicazioni, è proprio Byte. Creata per rimpiazzare Vine e contrastare la concorrenza della cinese Tik Tok. Apparentemente tutte uguali, queste specifiche app, tuttavia, presentano caratteristiche peculiari, a volte anche solo dettagli che ne decretano il successo o il fallimento commerciale.

Vine, nata nel 2012 e acquistata nello stesso anno da Twitter, che garantiva in questo modo un servizio aggiuntivo ai propri iscritti, ha avuto un ciclo di vita piuttosto breve, nonostante gli oltre duecento milioni di utenti registrati. Evidentemente non producevano utili per l’azienda. Da qui la decisione di chiuderla. In realtà questo non è uno schema che si ripete sempre, nel tempo. Esistono piattaforme con un numero inferiore di iscritti, create molto prima del 2012; si pensi a MySpace, il primo dei social network musicali, tuttora attivo. Le dinamiche che si celano dietro questo genere di economia sono a volte così liquide da non riuscire ad essere comprese nell’arco di tempo che vede le piattaforme, prima protagoniste, poi detronizzate da altre più funzionali. 

È il caso dell’ultima nata: Byte. La sua creazione porta la firma di Dom Hofmann, lo stesso che aveva tirato fuori dal cilindro Vine. Cosa fanno queste app? Chi conosce Vine, non avrà difficoltà ad appassionarsi a Byte. È un software che permette di creare video della durata da sei secondi, per la condivisione sul web. 

Tik Tok serve lo stesso genere di utenza, anche se con una “connotazione dichiaratamente musicale”. Nel senso che i video possono essere musicali e avere una durata che va dai 15 ai 60 secondi.

Byte è da pochi giorni disponibile per il download gratuito sugli store di Apple e Google. Negli USA è già prima in classifica, tra le più scaricate su Apple Store, grazie alla novità che rappresenta; mentre su Google è sesta.

Per gli amministratori americani, Byte rappresenterebbe l’alternativa a piattaforme, quelle cinesi, ritenute poco sicure dal punto di vista della privacy. Huawei ha perso la fiducia del mercato americano e non solo di quello quando, alla fine del 2018, la figlia del fondatore Wanzhou era stata arrestata a Vancouver con l’accusa di spionaggio. Anche il British Telecom aveva bandito la società cinese per presunte violazioni della privacy. 

Senza entrare nel merito della vicenda, occorre sottolineare che non si sa ancora nulla sulle policy della neonata Byte, sui server che saranno utilizzati per l’archiviazione dei dati. L’evoluzione di questi software sembra tuttavia segnata in partenza, affidata com’è al mercato, alle scelte degli inserzionisti.

Che l’app fornisca un servizio realmente efficace spesso non conta, che i dati personali dell’utilizzatore siano o no tutelati è un problema che non preoccupa più di tanto nemmeno gli stessi utenti, purtroppo; il focus continua ad essere l’utile economico dei pochi colossi che acquistano queste app, per lanciarle sul mercato senza troppi complimenti e ritirarle altrettanto velocemente. Ci si augura, in un futuro non troppo lontano, un mercato digitale più etico e meno “frenetico”.