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La Corea del Sud, Singapore e Taiwan hanno usato sistemi di contact tracing per combattere il coronavirus.  In quei contesti, l’app che traccia i contatti fra le persone ha evidentemente portato un beneficio alla comunità. Ora è l’Italia, il primo grande paese europeo a farlo, ad adottare una piattaforma dalle medesime finalità.

Immuni - questo il suo nome - è in sperimentazione dal 3 giugno, solo in quattro regioni: Marche, Liguria, Abruzzo e Puglia. Tuttavia, nessun cittadino italiano è obbligato a scaricare l’app. Immuni ha registrato, in poche ore, oltre un milione di download, ma anche le prime segnalazioni sui bug riscontrati. Difetti da correggere imputabili ai sistemi operativi.

Lo strumento si serve della tecnologia Bluetooth e promette di non violare la privacy. Ma, come tutte le novità, si espone a critiche e semina dubbi e sospetti e, in più, arriva anche con molto ritardo. La macchina del Paese si è rimessa in moto già da qualche settimana e non tutti comprendono il bisogno di un’app del genere, in questa fase. LWB Project prova ad approfondire l’argomento. Da diversi giorni, le curve epidemiologiche hanno smesso di apparire minacciose, ma il virus circola ancora e le esperienze di altri Paesi testimoniano che basta un nulla per far salire “pericolosamente” i contagi. Quindi quel che si deve continuare a fare è restare in guardia.

Un’app come Immuni potrebbe essere utile ad isolare i casi di contagio? Ce lo diranno probabilmente i dati raccolti durante questa prima fase di sperimentazione e soprattutto quelli relativi alle prossime settimane. Anche Taranto fa parte del test, la cui data d’avvio è l’8 giugno. Ma se c’è l’intenzione di scaricare l’app anti-covid è meglio farlo subito, perché i codici alfanumerici anonimizzati cominciano a generarsi nel momento in cui la si installa. Insomma, si comincia subito a metterla alla prova; l’app risulterà tanto più efficace quanto più elevato sarà il numero di persone che decideranno di adottarla. Come fare il download Immuni si scarica gratuitamente e consente la comunicazione tra gli smartphone (funziona sia con Android, sia con iOS) e con il Sistema Sanitario Nazionale.

La si trova sugli store di Apple e Google; se il modello dello smartphone che si possiede non è compatibile, è la stessa app a segnalarlo all’utente. I dispositivi non dotati di PlayStore di Google non hanno sicuramente accesso ad Immuni. È una piattaforma di proprietà del Governo italiano, così come lo sono i server che raccolgono e custodiscono i dati. Quanto a quest’ultimo punto, secondo alcune fonti i codici dovrebbero essere conservati per tutto il 2020.

Come funziona Immuni

La condizione perché ci sia un’interazione tra due o più smartphone (che hanno scaricato Immuni) è che i possessori dei cellulari entrino in contatto tra loro entro una distanza di due metri, per almeno 15 minuti. Il dispositivo dotato di app per il tracciamento emette continuamente un segnale Bluetooth Low Energy, con un codice casuale. Al contatto con altre persone, il cui smartphone emette lo stesso segnale con altri codici casuali, i telefoni memorizzano i codici. Ecco come avviene il contact tracing, che non significa geolocalizzazione; qui il Gps non c’entra, né sarebbe consentito usarlo come hanno invece fatto alcuni Paesi asiatici.

Attraverso Immuni, i dispositivi sono in grado di immagazzinare dati sulla durata dei contatti e sulla distanza tra le persone. Ai fini sanitari, naturalmente, le due informazioni sono estremamente importanti. I codici, lo ribadiamo, sono casuali e non contengono informazioni sugli utenti. Poiché i timori maggiori che Immuni suscita riguardano la privacy, è bene sottolineare che la piattaforma non raccoglie dati personali dell’utente, come nome, cognome, indirizzo, numero di telefono, luoghi che frequenta, eccetera. Immuni non sa quindi dove vadano i suoi utenti, né dove siano stati.

Utilizza un sistema di chiavi cifrate anonime, modificate diverse volte, ogni ora, secondo il meccanismo chiamato “Decentralised Privacy-Preserving Proximity Tracing”, proprio a tutela della privacy. L’unica informazione richiesta agli utenti è la località di residenza, per ovvie ragioni.

Quando si può essere contattati dal Sistema Sanitario Nazionale

Quando le Asl registrano un nuovo caso positivo, inseriscono una chiave crittografica, quindi sempre anonima, nella piattaforma Immuni, solo dopo aver chiesto il consenso alla persona interessata. Da questa chiave è possibile rilevare i codici casuali generati dallo smartphone di quella persona. L’operazione serve a chi gestisce la piattaforma per capire con quali dispositivi (quindi con quali persone anonimizzate) abbia “dialogato” il telefono dell’utente positivo. A quel punto le persone i cui smartphone avranno incrociato i suoi codici casuali riceveranno una notifica, saranno avvertite del contatto stretto e prolungato avuto con una persona positiva.

Non si è tenuti a comunicare ad Immuni il risultato del tampone, ma è preferibile farlo, perché il tracciamento sia efficace, per la salute di tutti. Grazie all’app, il Sistema Sanitario Nazionale può chiedere ai soggetti allertati di mettersi in quarantena. In realtà, le preoccupazioni sulle possibili violazioni della privacy sono comprensibili, ma sarebbe bene averle ogni volta che si naviga in rete. Ad ogni clic si lasciano delle tracce; si seminano dati nel mare del web. Anche compilare un form on line richiede attenzione. Whatsapp, Facebook che peraltro appartengono allo stesso proprietario, Twitter, Tik Tok, Instagram e gli altri social comunemente utilizzati da milioni di persone conservano i dati personali degli utenti, in server che non si trovano neanche in Europa. Sarebbe auspicabile imparare (insegnare nelle scuole) a “maneggiare” con cura i mezzi digitali, per esempio leggendo le condizioni d’uso di un pacchetto, un social, etc, prima di dare il consenso al trattamento dei dati. Nessuno o quasi lo fa, anche perché i contenuti da sottoscrivere corrispondono spesso a papiri digitali che nascondono sottigliezze verbali da valutare attentamente. Ma non per questo si può pensare di escludere ciecamente l’uso di un social o evitare la navigazione in internet.

La tecnologia è indispensabile (dovrebbe essere ormai un concetto scontato) e anzi, il Paese è in forte ritardo rispetto al resto d’Europa, sul fronte innovazione e digitalizzazione. Se si seguisse il filo dei timori e dei sospetti, si potrebbe persino prendere l’assurda decisione di non rivolgersi al medico, per paura che possa rivelare o usare i dati sensibili dei quali viene a conoscenza, durante la visita.

Per ulteriori informazioni consultare i seguenti link:

https://innovazione.gov.it/app-immuni-disponibile-da-oggi/

https://www.immuni.italia.it/