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Il lockdown imposto dalla pandemia ha tenuto gli italiani a casa per oltre due mesi e ha avuto l’effetto di accelerare molti processi che riguardano il mondo del lavoro. Tra marzo e maggio oltre otto milioni di italiani hanno sperimentato lo smart working, e molti di loro continuano a lavorare utilizzando questa modalità. Smart significa intelligente, agile, in gamba. E chi ha lavorato (almeno coloro i quali lo hanno fatto con coscienza) da casa, per la prima volta, senza che nulla fosse stato programmato, si è dimostrato davvero in gamba.

Non sono mancati i disagi. Tuttora se ne registrano tanti, come la difficoltà, per alcuni, di ritagliarsi uno spazio da dedicare esclusivamente al lavoro in un appartamento non esattamente funzionale, con la famiglia sempre presente. C’è chi si è trovato benissimo nella nuova condizione e chi oggi dichiara che dello smart working non ne può più.

Il sindaco di Milano Giuseppe Sala ha inviato una lettera al Corriere della Sera, invitando i lettori ad una riflessione seria sul lavoro, sulla scuola e sulla società. “Penso che lo smart working debba rientrare tra i diritti dei lavoratori nella nuova era digitale, in un possibile ripensamento adeguato ai tempi, dei diritti e dei doveri in generale. Forse di un nuovo Statuto dei lavoratori.

Lo smart working è quindi uno strumento fondamentale per costruire un nuovo modello di sviluppo, ma non può essere preso in considerazione senza valutare sino in fondo tutti gli effetti collaterali e le ripercussioni che un’adozione massiccia di queste modalità – senza un percorso di transizione ben governato – può generare sulle città”. Non possiamo non ricordare che, proprio nel momento di massima diffusione dell’epidemia di coronavirus, Sala si era espresso con favore sul lavoro a distanza e sulla necessità, resa evidente a tutti dall’emergenza sanitaria, di immaginare un futuro diverso, dove le attività formative e professionali dovrebbero ritagliarsi nuovi spazi.

Non doversi spostare per andare in ufficio, orari differenti di avvio delle attività per le diverse categorie professionali, per le scuole produrrebbero effetti benefici sull’ambiente (il lockdown lo ha dimostrato). Non città deserte, ma più vivibili. Insomma, le trasformazioni delle quali esperti e scienziati parlano da anni sono ormai sul tavolo, come carte scoperte. Le ultime dichiarazioni di Sala potrebbero suonare, ad una lettura frettolosa, come un dietro front rispetto ad altre, da lui rese precedentemente. C’è da considerare che l’auspicio del primo cittadino perché si possa tornare presto a lavorare tutti in ufficio arriva in un momento di estrema difficoltà per l’economia meneghina, italiana. In ogni caso, le sue parole sono chiare: la trasformazione della società è già in corso, ma ci vuole gradualità nel passaggio a nuove forme di lavoro. Lo smart working, così come è stato attuato finora, cioè in emergenza, non ha potuto contare su “regole”.

Andrebbe ripensato. Anzi, organizzato e regolarizzato. Così come tante altre cose. Tenendo conto del fatto che la socialità è fondamentale e può esprimersi attraverso canali differenti, non solo in ufficio. Perché non pensare a periodi di attività professionale svolta da remoto alternati ad altri in presenza? Lasciare che l’opportunità di cambiare offerta dal virus vada sprecata sarebbe un grave errore. Gradualità non può voler dire tornare al vecchio, e intanto lavorare al nuovo, ma con calma. Non c’è tempo da perdere.

Per leggere la lettera di Beppe Sala https://www.corriere.it/economia/lavoro/20_giugno_23/beppe-sala-lo-smart-working-grande-occasione-ma-tempo-riprenderci-vita-bd73b252-b4bf-11ea-b466-221e2b27ce86.shtml.