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Louis Pasteur e Edward Jenner. Due grandi nomi della scienza. Il primo ha fornito la prova dell’esistenza dei microorganismi, dando origine alla moderna microbiologia. Il secondo ha praticamente inventato i vaccini. Sulla loro sicurezza ed efficacia si è molto dibattuto, negli ultimi anni. Presi di mira dai gruppi cosiddetti No-Vax, i vaccini sono oggi la grande speranza dell’umanità, nella lotta al virus Sars-CoV-2. 

Inutile sottolineare che le vaccinazioni sono una delle più grandi scoperte della medicina; con la loro diffusione hanno cambiato la storia dell’umanità, mettendo all’angolo tante malattie. Ogni anno prevengono la morte di oltre due milioni e mezzo di persone.

La ricerca scientifica, non solo a scopo medico, è uno spazio sconfinato che oggi abbraccia e pone in interazione discipline tra loro molto diverse. Se tutto ciò che è vivo non fosse altro che il risultato dell’evoluzione, molte di quelle che oggi classifichiamo come conquiste dell’uomo sarebbero rimaste semplicemente una speranza. 

Come ha ricordato Simone Bianco (ricercatore IBM Almaden Research Center-USA), durante il suo intervento al BeAlternatives-TEDxTaranto 2019, la produzione dell’artemisinina è lenta e costosa. Per chi non lo sapesse si tratta di un principio attivo efficace contro la malaria, estratto dall’artemisia annuale. La sua scoperta (datata 1972) si deve alla farmacista cinese Tu Youyou, Premio Nobel per la medicina nel 2015. 

“La malaria uccide ogni anno circa 400 mila persone su duecento milioni di infetti, mentre gli studi sull’artemisinina hanno rilevato che la sua somministrazione è in grado di ridurre la mortalità, in alcuni casi, anche del 70% - come riportato da Bianco. Un gruppo di ricercatori dell’Università di Berkeley è riuscito ad ingegnerizzare un lievito che produce un precursore dell’artemisinina, per soli 25 centesimi di dollaro”. 

Che cosa significa tutto ciò? Che l’evoluzione può e deve essere “aiutata” dalla scienza. Che la natura fornisce le riposte a tante domande, e al tempo stesso bisogna sapere ascoltare e indirizzare, perfezionare quelle risposte, se necessario. Abbiamo citato Pasteur perché è colui che per la prima volta ha parlato di microrganismi. “Tutto quello che è vero per loro vale anche per i trilioni di cellule che lavorano nel nostro corpo”. 

Per prevenire altre pandemie la scienza che si occupa di ingegnerizzare sistemi biologici è fondamentale. Si chiama biologia sintetica ed è una disciplina che nasce dall’incontro dell’ingegneria con la biologia. “Non è un esercizio scientifico e neanche un capriccio - ha voluto sottolineare Simone Bianco parlando alla folta platea del TEDxTaranto 2019”.

La biologia sintetica ha un’infinità di applicazioni, in campi diversi: la sicurezza del cibo, la biosensoristica ambientale, la sintesi dei batteri capaci di distruggere l’inquinamento, le terapie cellulari e altro.  “Si basa su lenti e costosi sistemi che procedono per tentativi ed errori; se quel che si è fatto non funziona, lo si modifica un po' e si riprova, nell’ambito di uno spazio enorme: quello della variabilità genetica”. 

È a questo punto che entrano in scena i computer super-intelligenti. Simone Bianco, tarantino di nascita, guida un’equipe di brillanti professionisti che si occupano di AI, ovvero intelligenza artificiale. 

Ricordate AI, il film di Steven Spielberg? Ambientato nell’anno 2125 propone l’idea di un mondo popolato da esseri umani e macchine antropomorfe, in grado di provare sentimenti umani e di sostituire, un giorno molto lontano, l’uomo. La trama è suggestiva e l’intera pellicola pone una serie di questioni etiche. “Ci occupiamo di intelligenza artificiale: algoritmi ai quali è possibile insegnare a leggere, vedere e ottenere risultati originali basandosi su dati che poi applichiamo alla biologia. Chiamiamo questa nuova disciplina ingegneria cellulare”. Sono ancora le parole di Bianco che ci aiutano a capire come sta cambiando il modo di fare ricerca.

“Una delle tendenze tecnologiche più importanti è proprio l’intelligenza artificiale. Il lavoro sarà completamente rivoluzionato nei prossimi decenni dalle applicazioni dell’AI. Algoritmi in grado di imparare da soli. Se insegnassimo alle macchine le leggi fisiche che governano i sistemi biologici, esse risolverebbero il problema della necessità di innovare velocemente e aumenterebbero lo spazio delle soluzioni, offrendo la possibilità di creare strutture nuove”. Il focus è la sinergia tra macchina e sistema biologico. “Tale risultato libererebbe la creatività del ricercatore che potrebbe concentrarsi esclusivamente sul fine per il quale realizzare la macchina biologica, non più sul come realizzarla”.

Sono concetti forse lontani dal modo in cui siamo abituati ad immaginare la scienza; ci conducono certamente lungo una frontiera nuova, sconfinata di possibilità, le quali pongono certamente interrogativi etici. “È importante creare macchine che facciano quel che vogliamo – sottolinea Bianco. Gli algoritmi non sono così potenti da scavalcare l’uomo, nel prendere le decisioni fondamentali. Si deve in conclusione immaginare un nuovo modo di avvicinarsi a questo argomento, abbandonando l’idea che i robot possano dominare il mondo. Piuttosto lavorando perché quelle macchine così intelligenti, create dall’uomo, possano aiutarlo a risolvere i problemi presenti e futuri, come una nuova pandemia, per esempio”. Un’enorme opportunità da cogliere, gestendo tutte le implicazioni con la massima responsabilità e con la consapevolezza che “ad una macchina si può sempre staccare la spina”.