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Quel che accade in Ucraina è anacronistico e, su un altro versante, è uno scenario che molti film (di fantascienza e non) avevano già ampiamente previsto. Tra i tanti titoli che affiorano alla memoria, citiamo Wargames, film del 1983 in cui un giovane appassionato di informatica tenta, con abilità, di carpire i segreti di una nota casa di produzione di videogame, per avere quelli di prossima uscita in anteprima e gratis. Lungo il percorso però il protagonista entra in contatto con il Comando di Difesa Aerospaziale americano che gestisce un elaboratore deputato alla difesa nucleare degli USA. 

David (il nome del personaggio) cerca dei videogiochi e invece trova la guerra, quella vera. Le sue manovre azzardate, infatti, innescano la minaccia della guerra nucleare. Il film all’epoca sembrava profilare una possibilità del tutto fantasiosa, che non avrebbe mai avuto un riscontro nella realtà, almeno per la maggior parte degli spettatori. Ma, parafrasando Percy B. Shelley, l’arte (in questo caso, il cinema) è uno specchio delle gigantesche ombre che l’avvenire getta sul presente.

Al conflitto armato che si svolge sul terreno ucraino, dove a pagare il prezzo più alto (come in ogni guerra) sono soprattutto i civili, si affiancano la guerra economica (con le sanzioni e le decisioni diplomatiche che conosciamo) e quella cibernetica (che si può considerare una parte della guerra dell’informazione). Esistono nuove modalità di conflitto (proprio come quelle già rappresentate dal cinema), demandate alle reti e ai sistemi informatici. Non ci si riferisce soltanto ai social media che in Russia divengono bolle più di quanto lo siano normalmente, con il fine di limitare l’accesso all’informazione dei cittadini russi, ma anche agli attacchi di Anonymous. 

Si tratta di un movimento decentralizzato noto per i suoi attacchi informatici, per la capacità di bucare la rete, di entrare nei siti (anche quelli governativi). È successo, negli ultimi giorni, anche in Russia, quando il gruppo ha hackerato, tra gli altri, il sito ufficiale di Russia Today, oscurandolo, e ha trasmesso in televisione immagini della guerra perché gli utenti russi potessero vedere cosa accada realmente in Ucraina. 

In questi giorni, in Italia e in Europa, si sta tornando a discutere anche dei software di produzione russa. Sono sicuri oppure dobbiamo disinstallarli? In molti sono convinti che prima o poi saranno usati come mezzi per entrare nei sistemi operativi istituzionali e privati, per sferrare un attacco cibernetico all’Europa, così come a tutti i paesi che il governo russo considera co-belligeranti, al fianco dell’Ucraina. Anche l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale avverte che il pericolo è tutt’altro che remoto.

Non è semplice capire come comportarsi con questo tipo di software. Il sistema antivirus Kaspersky, per esempio, è installato su un’infinità di computer, anche di privati cittadini. Poiché ritenuto dagli esperti uno dei migliori, il sistema di sicurezza informatica del colosso Kaspersky Lab è attualmente installato nei terminali di 2384 enti, solo in Italia. 

L’azienda che ha sede a Mosca, il cui CEO è un informatico russo, non avrebbe interesse a permettere a terzi (in altre parole al governo russo) di entrare in possesso dei suoi dati e delle sue infrastrutture. Poiché la qualità del prodotto non è in discussione (allo stato attuale delle cose), al momento non si vedono fondati motivi (più che altro si tratta di timori) per cui un privato cittadino di un qualsiasi paese debba disinstallare l’antivirus Kaspersky o prodotti analoghi. Sulla questione è possibile leggere un dettagliato articolo su Wired, al link che segue https://www.wired.it/article/kaspersky-russia-ucraina-guerra-antivirus-italia-germania-cybersecurity/