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Ucraina. Mondo. I piccoli che giocano nei sotterranei della metropolitana di Kiev, trasformando in scivoli le rampe che normalmente agevolano il flusso dei passeggeri nelle stazioni, sono l’espressione della vita che continua (complice l’incoscienza dell’età), nonostante tutto. Nonostante le bombe, i carri armati, i missili e gli orrori più bui di cui l’uomo sia capace. Ma quel momento di gioco è solo un attimo in una giornata che si ripete sul calendario uguale a sé, ormai da quasi cinquanta giorni; ore marchiate dalla precarietà, pur nella persistenza della loro cupa successione. Uno spazio-tempo chiuso in difesa e aperto a noi che lo guardiamo (attraverso il web, la tv), di certo totalmente estraneo allo spirito dell’infanzia. La normalità, a Kiev, come in tutti i paesi in guerra (in ogni parte del mondo) è fatta soprattutto di privazioni e dolore. Il ritratto del piccolo Wlad, dieci anni, fotografato dal reporter Rodrigo Abd accanto alla tomba della mamma, sepolta nel giardino di casa (nei dintorni di Kiev) è complementare all’immagine registrata in metropolitana. 

I racconti che arrivano dai paesi in guerra sono tutti uguali, insostenibili. Eppure, in un certo senso, continuiamo ad ascoltarli come se fossero a noi estranei. C’è la solidarietà, certamente, (la partecipazione emotiva, in questo caso, è favorita dalla prossimità geografica all’Ucraina invasa), ma spesso c’è anche quel senso di distanza che tiene psicologicamente al riparo, come se alcuni sistemi sociali si credessero immuni alle derive estreme della storia. Ecco, si tende a incolpare i fattori esterni, politici, geografici, di cultura. Ce la prendiamo con la storia, quando la storia siamo noi. Un concetto tanto banale che lo cantiamo con quell’abitudine che ne ignora o ne dimentica il senso. 

Siamo nel mondo globalizzato, e se in Afghanistan succede che i bambini (come gli adulti) vadano in ospedale, non per curarsi, ma per morire letteralmente di fame (perché per loro è ormai troppo tardi), o cadano uccisi negli scontri tra fazioni nello Yemen, una responsabilità l’abbiamo tutti. Nessuno si senta escluso, per usare ancora una volta le parole di De Gregori. Gli effetti di questa e di altre guerre non sono soltanto quelli materiali, immediatamente tangibili, diretti e indiretti (come nel caso del gas russo la cui importazione l’Europa si sta affrettando a bloccare). Esistono anche le conseguenze che saranno visibili solo negli anni, distribuite per tutte le fasce d’età, con intensità e caratteristiche modulate dalle latitudini. Con la differenza che i bambini stanno assorbendo le immagini che anche noi guardiamo e stanno metabolizzando le informazioni che quelle immagini veicolano, che gli arrivano addosso dal mondo in guerra o perché loro stessi sono nel mezzo della guerra, senza alcuna difesa. Un’infanzia/adolescenza che assimila codici che resteranno dentro per sempre. 

Un esempio? A uno dei piccoli ucraini accolti in Italia con parte della famiglia è stato chiesto di scegliere un giocattolo, in un monte di oggetti fatti arrivare nell’albergo della riviera romagnola dove alloggia. Tra i tanti disponibili ha scelto un fucile, motivando anche la preferenza. Ha spiegato che con quell’arma finta avrebbe giocato alla guerra contro i russi. 

Agli Europei juniores di Kart, l’adolescente russo Artyom Severyukhin, dall’alto del podio, durante la cerimonia di premiazione, ha fatto il saluto romano sulle note dell’inno italiano. Alla gara di Portimao, in Portogallo, il quindicenne correva con la bandiera italiana, per via delle sanzioni imposte alla Russia e ai suoi piloti. Mentre si produceva in quel gesto, della cui storia probabilmente sa poco e niente, ridacchiava divertito. Questi sono i riflessi immediati, un segno di quel che produrrà nel tempo la quotidiana assunzione di vitamine di guerra (anche della guerra economica e culturale), nella mente dei più giovani, come degli adulti del resto. Ma in quest’ultimo caso, le sovrastrutture personali schermano, nel bene e nel male. I ragazzi hanno ancora tutto da imparare. Se nel bene o nel male, lo decidono gli adulti.

Siamo nella settimana della Pasqua. Cosa augurarsi (vale sia per chi crede, sia per chi ha un altro genere di fede), se non la fine del conflitto in Ucraina (e ovunque ve ne sia uno)? Si dice che nulla accada per caso. Allora lavoriamo per la nascita di un'umanità non ferina, che possa dirsi davvero evoluta. Del resto, l’evoluzione premia chi si lascia dietro qualcosa di buono, qualcosa che possa essere utile agli altri esseri viventi.