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Le rotte convenzionali dei trasporti pubblici, cioè i percorsi dalla periferia al centro, soprattutto nelle città più grandi sembrano diventati ‘improvvisamente’ inutili, nell’analisi di coloro che si occupano del monitoraggio dei dati sulla mobilità. 

L’osservazione si riferisce più che altro a metropoli come New York, Londra, Auckland e Parigi. Ciò, tuttavia, non impedisce di allargare il discorso anche ai centri più piccoli o alle località di medie dimensioni, tracciando ovviamente le differenze. Ovunque, nel mondo, la pandemia ha rivoluzionato le abitudini delle comunità, soprattutto di quelle urbane, colpendo in maniera piuttosto evidente alcuni modelli di comportamento, di conseguenza le infrastrutture legate a quei comportamenti. 

Dopo oltre due anni, si comincia a trarre qualche conclusione, sulla base delle evidenze raccolte, in particolare sul sistema dei trasporti pubblici. Un punto dolente per molte città italiane; Taranto non fa eccezione, nel quadro generale, sebbene con le dovute differenze rispetto ai grandi centri. 

Legambiente ha redatto uno studio piuttosto illuminante sul tema dei cambiamenti causati dalla diffusione del Sars-Cov-2, nei comportamenti dei cittadini. Le richieste sono cambiate, perché sono mutate le esigenze, ma le istituzioni, a livello locale e nazionale, stentano a programmare interventi in linea con i cambiamenti. Una difficoltà dovuta anche alla velocità (imposta dagli eventi) con la quale si è passati a nuovi modelli, a una programmazione che quando c’è fa fatica a decollare; il tutto inserito nel quadro internazionale che conosciamo.

Secondo lo studio Ecosistema Urbano 2021 a cura di Legambiente, rapporto steso sulla base dei dati del 2020, il trasporto pubblico è un servizio effettivo offerto ai cittadini e resta dunque una valida alternativa al trasporto privato solo a Milano, Cagliari, Trieste, Siena e Pavia. Gli italiani confermano la loro vocazione alla motorizzazione privata, cioè all’uso prevalente (se non quasi esclusivo) del veicolo personale (l’auto su tutti gli altri). Gli italiani sono motorizzati anche male, oltre a esserlo quasi il doppio rispetto ad altri Paesi europei; nel senso che il parco motori nazionale è decisamente obsoleto e quindi più inquinante. 

Tra i tanti messaggi che la pandemia da Covid ha lanciato all’umanità, uno dei più importanti riguarda proprio la necessità di rivedere i modelli urbani, promuovere la mobilità sostenibile e riprogettare gli spazi in favore delle aree verdi

Rivedere i modelli urbani è il claim che attraversa un interessante articolo dell’Economist, pubblicato nei giorni scorsi. Il titolo chiarisce il target a cui è rivolto. I modelli di viaggio sono cambiati, in meglio. Anche il sistema dei trasporti dovrebbe fare altrettanto. Il confronto tra i dati raccolti a Parigi, a New York, a Londra e ad Auckland (Nuova Zelanda) sulla mobilità urbana suggeriscono differenze significative nei modelli di comportamento tra le città citate. Ma un dato le accomuna: le abitudini che la pandemia ha contribuito grandemente a modificare si sono consolidate (nonostante non siamo più in emergenza), confermando una tendenza (da parte delle comunità urbane), a interpretare diversamente sia il lavoro sia le modalità di viaggio. 

Il lavoro come lo conoscevamo un tempo, ancorato a un luogo (la sede fisica), non esiste più o comunque è in via di estinzione, almeno per alcune categorie professionali. È maturata, quindi, la necessità di rendere il lavoro in presenza più flessibile. Incrociandolo con le attività on line, a distanza.

Quello che è cambiato in quelle gradi città è il pendolarismo nelle ore di punta. Oggi ha un altro volto, con i mezzi che spesso non raggiungono i due terzi della loro capienza. In sintesi, viaggiare oggi significa quasi costruire una ragnatela, secondo gli analisti dell’Economist, alternando l’uso del mezzo privato con l’accesso ai neonati servizi di bike sharing e bus on demand. Ciò suggerisce che almeno nelle città più attrezzate, il cittadino (in particolare chi svolge determinate professioni) abbia già individuato la strada da seguire nel futuro. La stessa che gli amministratori locali e la politica dovrebbero percorrere. A beneficio di tutti, anche di chi continua a lavorare con modalità tradizionali. 

C’è bisogno di incentivare un uso più saggio delle infrastrutture esistenti, potenziandole e rendendole più funzionali alle nuove necessità e, al tempo stesso, lasciare che si possa ricorrere al mezzo privato senza alimentare sensi di colpa, perché lo si sarà fatto con razionalità. Genova, Helsinki e Anversa sarebbero le capofila di questa nuova visione della mobilità pubblica, secondo i redattori dell’Economist. Integrare i network del trasporto pubblico, in modo che dialoghino tra loro è la chiave per riuscire anche nella sfida al riscaldamento globale. La via della transizione ecologica. Servizi tecnologicamente evoluti e al passo coi tempi sono necessari per contenere la carbon footprint (le emissioni di gas serra), aiutando l’ambiente e favorendo la nascita di società sostenibili

Strade slow più sicure e vivibili, quartieri periferici che non siano dormitori, spazi da restituire al verde. Ecco quel che serve “prima di domani”. In città come New York e Parigi, i bus si sono svuotati meno dei treni pendolari. C’è più gente nei mezzi pubblici la domenica piuttosto che nei giorni feriali. In sintesi, la gente si sposta meno, preferendo percorsi più brevi. Sono segnali che gli amministratori dovrebbero tenere in grandissima considerazione.