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Come facciamo a riconoscere i prodotti agroalimentari fatti con materie made in Italy?

Tre giovani talenti pugliesi hanno trovato la soluzione. Si chiama ProjectMii, ha già partecipato ad una ventina di eventi verticali sul food (il Seeds & Chips tenutosi a Milano, tra il 6 e il 9 maggio scorsi, è l’ultimo in ordine cronologico), gli imprenditori dell’industria alberghiera e alimentare ne sono già innamorati ed LWB Project la sostiene da sempre. 

ProjectMii nasce da un’idea di Ismaele Marzano, imprenditore nel settore dell’horeca (acronimo di hotel, restaurant e cafè/catering), Marco D’Angelo, Growth hacker (specialista nella sperimentazione che porta alla crescita di un business, per semplificare) e Francesco Intini, ingegnere informatico. Tre ragazzi che si sono conosciuti a Parma, in ambiente universitario. 

Abbiamo parlato della start up con Marco D’Angelo. 

Com’è nata l’idea di ProjectMii?

Ci siamo conosciuti durante la nostra collaborazione con Oikosmos, associazione della facoltà di Economia, a Parma, che frequentavamo per arricchire le nostre conoscenze attraverso il marketing e la comunicazione sul campo, ma anche il digital e il management. Dopo qualche esperienza presso grandi aziende, sempre durante gli studi universitari, ci siamo imbattuti nella blockchain ed abbiamo unito la passione per la tecnologia alla conoscenza del mondo della ristorazione, che già avevamo. Nel gennaio del 2018 abbiamo quindi dato vita a ProjectMii, pensando di applicare le potenzialità della blockchain all’agroalimentare. 

Che cos’è una blockchain e di cosa si occupa esattamente Project Mii?

E’ una sorta di registro pubblico digitale il cui contenuto, una volta scritto, non è più modificabile, né eliminabile. Le informazioni inserite nella piattaforma hanno valore legale. La blockchain nasce per certificare on line gli scambi finanziari tra soggetti geograficamente lontani e in seguito la si impiega in altri ambiti. Noi abbiamo pensato di utilizzarla per dare la possibilità alle aziende alimentari di certificare le caratteristiche che rendono unici i loro prodotti. In realtà l’idea è nata pensando alle bombette pugliesi: più o meno tutti sanno cosa siano, ma nessuno ne conosce le caratteristiche, per esempio nessuno sa che sono fatte a mano. 

La tecnologia non sempre è nella mentalità delle piccole aziende. Questo non è un ostacolo per voi?

Noi proponiamo qualcosa di molto semplice da usare. Un servizio on line, dove le informazioni certificate in blockchain sono personalizzabili attraverso un’interfaccia intuitiva; i dati possono essere integrati sul proprio sito internet o sull’etichetta del prodotto attraverso un QR-code. Un codice leggibile dal consumatore finale attraverso lo smartphone, anche all’interno dello stesso supermercato, prima di acquistare il prodotto. Le aziende hanno tanto da dire ma spesso non riescono a farlo, perché tutte le risorse sono impegnate nelle attività di produzione. Normalmente i dipendenti, soprattutto nelle piccole imprese, non hanno tempo per gli aspetti che riguardano la costruzione di un brand, la comunicazione, etc.

I più resistenti alla tecnologia potrebbero obiettare che bastano le etichette già presenti sulle confezioni dei prodotti o le varie certificazioni UNI EN ISO, etc. Perché le aziende dovrebbero scegliere la blockchain?

Spesso noi consumatori ignoriamo il significato di quelle sigle e tendiamo a fidarci giustamente di quello che leggiamo sulle etichette, ma dimentichiamo che le etichette possono essere modificate. E poi non ci raccontano il prodotto. Ne indicano gli ingredienti, le caratteristiche organolettiche, non dicono certo da dove provenga la materia prima, per esempio. La registrazione in blockchain non può essere modificata e offre al produttore la possibilità di rendere trasparente (in maniera legale) il proprio prodotto, spiegare anche le fasi della preparazione o fornire informazioni sull’organizzazione del lavoro che c’è dietro un alimento, e tanto altro ancora. La blockchain è una sicurezza per il consumatore e un modo veloce per le aziende, di certificare un alimento.

E’ più difficile realizzare un progetto o farlo conoscere?

Per noi la difficoltà maggiore sta nel trovare un modo facile per comunicare con le aziende. Tuttavia i nostri contatti sono già tantissimi, in Emilia Romagna dialoghiamo con Confindustria. C’è molto interesse per il servizio che proponiamo, e abbiamo già cinque aziende che credono in noi e sono diventate nostre partner. Attraverso gli eventi a cui partecipiamo, incontriamo investitori di tutto il mondo. Il nostro prossimo passo sarà, con gli opportuni finanziamenti, passare (anche ampliando il nostro team) da una versione beta privata ad una pubblica, a disposizione di tutte le aziende. 

Qual è l’errore che avete commesso, in fase di progettazione o realizzazione della start up, che non si dovrebbe mai fare?

Non avere un metodo è l’errore da non commettere. Darsi il metodo più opportuno nel portare avanti il progetto è fondamentale.

In che modo vi supportano i professionisti di LWB?

LWB ha creduto in noi, sin dall’inizio. Il loro supporto per noi è fondamentale, sono i nostri mentori. Ci aiutano ad individuare la strada giusta da seguire. Una start up in genere si rivolge a nicchie di persone, LWB ci aiuta anche ad individuare i nostri potenziali interlocutori, a ritagliarci i giusti spazi. 

Avete mai pensato di andare all’estero?

Sì, certo, ma ci occupiamo di Made in Italy e pensiamo che nel nostro caso sia più giusto partire dal nostro paese. Al momento gli investitori cui ci rivolgiamo sono qui, in futuro si vedrà.  

 

Contatti: www.projectmii.com; www.facebook.com/projectmii; www.instagram.com/projectmii