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Si chiama Koo ed è il primo concorrente ufficiale di Twitter. Non è nato in California come l’uccellino blu e il suo colore è il giallo, esattamente come quello dei canarini. La nuova app di microblogging arriva dall’India, dove è stata sviluppata un anno fa e pian piano sta conquistando fette di mercato importanti, sottraendole al volatile ben più famoso.  

La notizia più clamorosa a riguardo ci porta in Nigeria, dove le autorità locali hanno deciso di bandire Twitter, in favore del nuovo nato. Koo offre lo stesso servizio della rete più diffusa al mondo (si stima che gli estimatori del network di San Francisco siano più di 300 milioni), con qualche differenza. Il limite dei caratteri si fa più elastico: dai 280 di Twitter si passa ai 350 dell’app indiana. Koo supporta immagini, video e contenuti audio, al pari della piattaforma concorrente. La differenza più interessante sta nella lingua, oltre all’inglese supporta diverse lingue locali, come l’hindi, il tamil, il telugu e la lingua kannada. 

È sorprendente che Koo sia nata in un momento di estrema crisi per tutto il mondo, proprio durante la pandemia, grazie a due imprenditori della Silicon Valley indiana. A promuoverne l’uso sono stati i rappresentanti del governo locale che, proprio attraverso Twitter, hanno invitato i propri concittadini a sperimentare il nuovo mezzo. 

Le istituzioni indiane hanno fatto di più, varando una serie di linee guida che di fatto penalizzano Twitter. Secondo le nuove direttive un’azienda sarebbe obbligata, su richiesta del tribunale o del governo, a individuare l’autore di un particolare messaggio; il responsabile dei reclami – figura prevista dalla nuova normativa – dovrebbe provvedere a rimuovere tempestivamente il post controverso.  

Con il tempo, forse l’uccellino giallo di Koo potrebbe diventare l’unico incontrastato messaggero, in quella parte del mondo e perché no, rappresentare un serio pericolo per il dominio rappresentato da Twitter negli altri Paesi.

L’anno scorso 57 app cinesi, come sottolineano diversi articoli apparsi su riviste di settore, sono state bandite dal subcontinente indiano; a quanto pare rischia lo stesso destino anche Whatsapp. 

Cosa racconta la storia di Koo? Certamente suggerisce una riflessione attenta sull’evoluzione del mondo dei social network, sulle peculiarità di Paesi come l’India, sul conflitto tra politica ed economia e sui riflessi della pandemia sull’uso degli strumenti digitali. A proposito di questo, lo spostamento dalle città alle campagne di molti indiani favorisce certamente la diffusione di un network che utilizza le lingue locali. In quante altre parti del mondo potrebbe essere utile per gli utenti di un social accedere a questa possibilità? A proposito di differenti esigenze, quanta presa avrebbe in Italia una piattaforma social in grado di mettere in comunicazione gli utenti nei dialetti regionali d’Italia? La domanda vera però è un’altra: saprà il mondo digitale inglobare al suo interno leggi e responsabilità? 

Image: www.reuters.com