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“Piove, governo ladro” si diceva una volta. Ma i veri ladri in realtà siamo noi che, poco alla volta, abbiamo compromesso il futuro della biosfera, dell’unico pianeta abitabile che conosciamo.

Nelle prossime settimane il Gruppo Intergovernativo delle Nazioni Unite che si occupa del Cambiamento Climatico presenterà la sua prima importante valutazione sul riscaldamento globale, dal 2013 ad oggi. Un rapporto le cui evidenze statistiche mostrano come il mondo sia drasticamente cambiato negli ultimi otto anni. Le misurazioni rilevano un aumento delle temperature di quasi 1.3°C sopra i livelli preindustriali.

Una pioggia non è più semplicemente una pioggia, può trasformarsi in un evento catastrofico e travolgere con la sua furia oggetti e persone, anche a latitudini un tempo insospettabili, da questo punto di vista. Le temperature record registrate nelle regioni del Sud Italia tra luglio e agosto 2021 hanno contribuito a causare roghi e incendi che hanno devastato la macchia mediterranea, mettendo in ginocchio intere comunità.

Il tempo è diventato inclemente, perché l’umanità ha trascurato, soprattutto nell’ultimo ventennio, un piccolo dettaglio. L’uomo ha creduto di essere il proprietario del marchio di fabbrica della terra, mentre invece è soltanto un suo ospite, esattamente come tutte le specie viventi che ne traggono nutrimento. Non è poi così banale sottolineare l’ovvio, quando lo si perde di vista.  

Il livello dei mari è sensibilmente cresciuto, mentre i ghiacciai di montagna e la calotta polare si sono ritirati, come maglioni infeltriti. Gli autori del report delle Nazioni Unite, si legge sulla rivista Science, affrontano una sfida dovuta al fatto che molti dei principali modelli climatici del mondo, utilizzati per le proiezioni della relazione, mostrano tassi di riscaldamento che la maggior parte degli scienziati ritiene alti in maniera non plausibile, dovuti quindi a errori nella elaborazione dei dati.

In altre parole, la velocità alla quale il pianeta si riscalda non sarebbe quella misurata, cioè non corrisponderebbe a quella reale. La conclusione è amara: se siamo quel che misuriamo, probabilmente siamo nei guai più di quanto non pensiamo. La mancanza di accordo tra i responsabili dei report e degli studi non è una buona notizia. Significa la necessità di impegnare altro tempo, per avviare ulteriori ricerche e per confrontare i dati già esistenti. O forse no. Staremo a vedere. Non è in discussione il cambiamento climatico, ormai sotto gli occhi di tutti, ma evidentemente gli strumenti per misurarlo. Il tempo non si ferma e di tempo non ce n’è poi molto. Il 2030, data entro la quale dovrebbero essere raggiunti certi obiettivi, così come stabilito dall’Agenda 2030, non è lontano. Ci si augura che l’accordo sui modelli venga trovato presto, perché il vero oggetto della discussione è un altro. In ballo c’è l’ospitalità sulla terra, attualmente a rischio non solo per la specie umana.