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La notizia è apparsa sul Guardian, lo storico quotidiano britannico, ed è di quelle che dovrebbero far saltare sulla sedia chiunque lotti per un mondo sostenibile. Le attività di venti aziende agro-zootecniche producono più gas serra di quanto non facciano Germania, Gran Bretagna o Francia, e per farlo ricevono miliardi di dollari in sostegni finanziari.

Gli allevamenti intensivi di bestiame contribuiscono, com’è ormai noto, all’emissione di carbonio. I report degli scienziati da tempo ammoniscono sulla necessità di un cambiamento di rotta, con particolare riferimento ai Paesi cosiddetti ricchi. Le istituzioni in questo caso dovrebbero indirizzare al cambiamento, innescando processi che comprendano anche il ridimensionamento degli allevamenti intensivi. È l’unica strada per fronteggiare l’emergenza climatica.

Nell’articolo firmato da Sophie Kevany si legge che tra il 2015 e il 2020 le aziende di carne e latticini di tutto il mondo hanno ricevuto contributi per più di 478 miliardi di dollari. Denaro proveniente da banche, fondi pensionistici e società di investimento, con sede per lo più nell’America del Nord o in Europa. I dati sono targati Meat Atlas, un rapporto annuale che viene pubblicato a cura della Heinrich Böll Foundation e di Friends of the Earth Europe, sui metodi e sull’impatto dell’industria agro alimentare sull’ambiente. Lo scopo della Fondazione Böll è informare i consumatori sulle conseguenze dell’incremento della produzione industriale di carne.

Il rapporto Meat Atlas stima che a questi ritmi la produzione potrebbe aumentare di ulteriori 40 milioni di tonnellate di prodotto entro il 2029. Gli allevamenti si trovano soprattutto al Sud, ma i grandi produttori continuano a essere la Cina, il Brasile, gli Stati Uniti e l’Europa. Entro il 2029, il 60% della produzione totale di carne potrebbe concentrarsi in questi Paesi. Attualmente tre quarti della terra coltivabile, nel mondo, è utilizzata per allevare animali o per coltivazioni utili per il loro nutrimento.

La Fondazione Böll e Friends of the Earth Europe sostengono inoltre che l’interesse dei grandi produttori per il cibo “alternativo” non sia genuino ma fondato prevalentemente sulle prospettive di guadagno. Tendenzialmente le compagnie di un certo calibro tendono ad assorbire le più piccole, imponendo i propri modelli sul mercato. Con le conseguenze sul clima che ormai sono sotto gli occhi di tutti.

Che ci sia bisogno di differenti modelli alimentari è un dato acquisito da tempo o per lo meno così dovrebbe essere. Siamo inondati costantemente da report e immagini sugli allevamenti intensivi, sullo sfruttamento della terra, sulla deforestazione e su tutta una serie di attività umane che forzano i cicli della natura, depauperano il terreno, maltrattano gli animali, pur di incrementare al massimo i profitti. Ma a volte il profluvio di notizie sembra essere poco efficace; c’è sempre chi minimizza, nega e parla di allarmismo, vanificando lo sforzo comunicativo di coloro i quali si occupano seriamente di questi temi.

L’informazione è importante, ma bisogna saper selezionare le notizie. Il mondo globalizzato impone una maggiore assunzione di responsabilità, del resto la pandemia lo ha dimostrato. Il consumatore ha un’arma importantissima nelle sue mani: la scelta. Con le sue preferenze può determinare il successo o l’insuccesso di un prodotto commerciale. Tenerlo a mente può essere utile, anche quando si entra in un supermercato. È importante sapere cosa si stia comprando, lo è per la propria salute e per quella del pianeta.